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giovedì 6 settembre 2007

Cronache #4. Dinamiche

Abbandonata la forma esplosa dell'evento precedente, le notti al castello di Malgrate riconquistano la linearità. Una linearità mobile e scossa, in cui è il pubblico a percorrere, guidato, le diverse tappe della serata, a seguirne le trame snodate lungo le stanze del maniero.
Per Dinamiche il ritmo sale e la musica si alza: l'ultimo appuntamento viene introdotto da una moderna Jane Fonda. È Silvia Mercuriali che saltando e ballando presenta la situazione tramite la consueta ripresa video, stropicciando la sintassi con una lingua italiana volutamente tinta di inglese. Abbandonato lo schermo, la presentatrice si incarna tra gli spettatori nella veste di severo arbitro della situazione, e guida il pubblico con un fare che è a metà tra quello dell'allenatore e quello del vigile urbano, ma questa sera non ci sono incroci da sciogliere. Così lo sguardo viene accompagnato in terrazza per incontrare Aline Nari e Paola Lattanzi, i cui movimenti si inseguono e dialogano nello stretto camminamento superiore.
Al pianterreno Anna Rispoli, se nella serata precedente aveva creato la terra, continua in questo alveo con un'altra performance in bilico tra un'epica creatrice e la mitologia del contemporaneo. Sempre avvalendosi di elementi e oggetti di uso comune, la Rispoli mette in forma piccole situazioni su cui puntare l'occhio della camera, e il frame video, proiettato nella finestra della torre, sintetizza e esplicita il risultato delle azioni. Questa volta l'artista crea la luna, e la fa conquistare proprio dagli americani, con tanto di astronauta incapsulato nella tuta e bandierina che garrisce a un inspiegabile vento, inspiegabile almeno nei documenti di quella notte del '69 perché qui è creato ad arte con un piccolo ventilatore.
Dopo la visione di video, uno coreografico di Patrizia Lo Sciuto e un viaggio in Oriente di Stefano Giannotti, oltre all'apparizione di una seminuda Ambra Senatore catapultata al castello da un dimensione spaziotemporale altra in cui lei si stava facendo una doccia, la serata prende mordente con un piccolo esame. Tutti gli astanti sono sottoposti a un giocoso test attitudinale dello spettatore con cui si indaga la comprensione e il grado di familiarità rispetto all'universo della danza contemporanea. Le quattro danzatrici di Rizoma improvvisano, individualmente o in piccoli gruppi, alcune sequenze. Il pubblico ha tre possibilità, solitamente buffe o surreali, ma anche canoniche e di maniera, tra cui scegliere il titolo che ritiene più adatto per ogni proposta. Nella stanza si ride e ci si confronta, si sbircia il foglio del compagno di banco e si chiedono suggerimenti, in una parola si guarda la danza e si gioca esplicitamente con i suoi clichè interpretativi.
Esplosivo anche il gran finale, con la preparazione di un concerto all'interno della torre. Il batterista è un vero special guest, Andrea Giuliani, insieme a Tommaso Checcucci uno dei due insostituibili e infaticabili tecnici senza i quali il festival non sarebbe stato possibile. E tutto nelle regole: pubblico accomodato in platea, soliti movimenti “sul palco” che precedono l'attacco ma, collegato l'ultimo jack, Christophe Mejerhans, chitarra alla mano, chiude la porta del torrione e con essa la vista sui musicisti. Un muro di volumi straripa dalla stanza chiusa, dalle fenditure tra le pietre, dalle fessure incise dal tempo. Il pubblico indossa attonito la sua sorpresa, poi la trasforma in divertita partecipazione, con qualche accenno di ballo.
Per finire, Roberto Castello, con una pistola puntata alla tempia, ringrazia gli artisti per i lodevoli risultati ottenuti nonostante i ritmi improponibili di lavoro a cui sono stati sottoposti. E così, con alcune considerazioni che sarebbe interessante riprendere in altra sede, cala il sipario sul festival.

Cronache #3.Tempi

Un po' ingranaggio di un meccanismo dagli incastri serrati, un po' juke box da cui selezionare le proprie preferenze, la serata Tempi al castello di Malgrate sembra ricalcare, nella sua struttura, la dimensione di perfetta e asfissiante scansione dei ritmi di produzione nella vita industriale. Esattamente 6 minuti e 12 secondi di attività, seguiti da altrettanti di riposo, segnano la misura esatta e puntuale di ogni sezione, calibrano il gesto multiforme della performance e il vuoto assordante dell'attesa. La serata è quindi racchiusa in un procedere dicotomico fatto di pieni e di vuoti, dove il tempo del lavoro è stipato di proposte e quello del riposo vuole assumere le sembianze ludiche delle loisirs. Tra i bicchieri di un bar spuntato nella torre e le chiacchiere, spettatori e artisti possono godere di un tempo finalmente liberato, anche dal lavoro dello spettatore, ma in realtà irrigimentato dalla periodicità della struttura, che ancora richiama l'organizzazione industriale del tempo libero e la conseguente coazione al divertimento, così simile a quella alla produttività. In una scansione rigidamente strutturata tra lavoro e riposo, tra fare e aspettare, gli imperativi si confondono. Anche se camuffato dalla piacevolezza di una notte estiva, il fantasma di un tempo di cui non si è padroni appare più volte. Come nel accade nel mondo, l'attesa è subita, interrompe e sorprende e si dilata nella soggettività di ognuno, mentre la corsa si affanna nel tentativo, appunto, di stare nei Tempi.
Se fin nello scheletro ideativo la serata si mostra foriera di suggestioni, la tessitura degli eventi non smentisce questa impressione, affiancando colori diversi, giustapponendo ironia e raccoglimento, intensità e gioco.
L'incedere ritmico è stata modellato sulla durata di un video realizzato dagli ZimmerFrei, in cui il gruppo polverizza visivamente la trama esplosa di Lost Highways. Piccoli frame proliferano sullo schermo, rifrangendosi in multipli che propongono sequenze del lavoro di Lynch. Gli attraversamenti temporali si moltiplicano e gli occhi possono costruire un percorso privato all'interno della simultaneità degli eventi proposti dalla anomala proiezione.
Con questa traccia ci si affianca al procedere della serata, come un avvertimento, o un'anteprima, della dimensione anche fortemente aleatoria, quasi psicogeografica, che governerà la fruizione dello spettacolo.
Accade allora che i merli del castello si popolino di strani esseri anfibi. Una nuotatrice (Silvia Mercuriali) in crisi di astinenza da acqua, implora gli spettatori per venire bagnata salvo poi tremare vistosamente quando ciò accade, innescando uno strano gioco tra il masochismo finzionale della performer e il pubblico reso carnefice involontario e spesso riluttante. Anna Rispoli intanto, non è per nulla esausta dopo la creazione di piccoli mondi da riprendere con una telecamera: le è sufficiente riposarsi 6 minuti e 12 secondi, senza bisogno di scomodare l'assetto biblico della settimana. Così, indossato uno sgargiante costumino vintage raggiunge la Mercuriali con cui intreccia alcune azioni, incendiano girandole di scintille o diventano paradossali tuffatrici nel vuoto, arrampicate sui cornicioni.
In terrazza una croce di sedie ritaglia lo spazio e disloca la posizione degli spettatori, suggerendo un punto di vista e sfalsando gli orientamenti della visione. Questi assi cartesiani fatti di sguardi disegnano i quadranti di una improvvisazione collettiva, agita contemporaneamente da quattro danzatrici, una per spazio. Il contrasto creato dalla giustapposizione delle differenti personalità permette un vagare continuo tra le situazioni e i riquadri, enfatizzando non semplicemente le qualità e le caratteristiche di ogni performer, bensì il diverso modo di affrontare e trattenere lo sguardo del pubblico, imbrigliandone la frammentata direzionalità. Il paesaggio così creato muta e trascolora tra tonalità seduttive, predatorie, ritrattili, giocose, divertite, interlocutorie, avvinghianti.
Al pianterreno racchiusa in una foresta di aghi, quasi alberi stilizzati e fossili, Aline Nari danza attraversando uno spazio che è a un tempo confinante e accogliente come una gabbia fatta di sogni. La danzatrice sembra abbandonarsi a un sentire privato eppure universale dove convivono dolcezza e rimembranze. Con lo sfiorare delle dita Aline tratteggia situazioni appena accennate, evoca presenze con la piega di un sorriso, le suggerisce con una curva del polso. Su tutto, il sussulto degli aculei di metallo, subito pronto a trasformarsi rimbombo e poi in assordante frastuono, lo stesso rumore che fanno i ricordi quando vengono smossi, lo stesso effetto di una mancanza, o di una nostalgia struggente che disegna radure nei boschi della memoria.
Nel sovrapporsi di effetti e di suoni creato dalla compresenza delle situazioni performative, emergono anche delle bolle pensate per venir esperite in una ipotetica solitudine. È questo ciò che accade nel solo di Paola Lattanzi, a cui molti possono assistere ma che è progettato per un unico spettatore dotato di una traccia audio in cuffia e di una torcia elettrica in mano con cui illuminare i movimenti della danzatrice. Nel suo assolo la Lattanzi ti pianta gli occhi negli occhi e te li ruba con una danza ferina incrinata da improvvisi squarci di un qualcosa che è difficile a dirsi, come se esistesse una forma di resa alla propria umanità che fosse insieme urticante e dolce, potente e fragile. Mentre la Lattanzi arcua e tende allo spasmo i movimenti, con quella violenza sottopelle di cui solo lei è capace, come un qualcosa che pulsa in modo troppo estenuante per essere contenuto nelle sue sole ossa, nelle orecchie incapsulate dalle cuffie una voce bambina sbocconcella parole. E sono parole che declinano il tempo della vita in un rosario di situazioni, ma affastellate l'una accanto all'altra queste graffiano e non lasciano scampo: il tempo di sorridere e il tempo di cantare, il tempo del lutto e il tempo delle lacrime.
L'effetto serra la gola e fa stringere le dita intorno alla torcia. I sei minuti canonici precipitano in un unico gorgo che pare durare un istante. Quando tutto finisce si rimane così, aggrappati a quel cono di luce puntato sulla danzatrice, prigionieri di una domanda a cui non si riesce a dare risposta: l'incantesimo più riuscito in tutto il castello.
Se la situazione creata dalla Lattanzi rapisce in un vortice come un cilone, ci pensa Christophe Meierhans a riportare gli spettatori alla brutalità della realtà condivisa. Il performer interpreta Bill Gates impegnato in una serissima conferenza in inglese, solo che Mejerhans tra una frase e l'altra continua imperterrito a tracannare wodka. La proiezione di spassosissimi sottotitoli, in un italiano sgangherato da traduttore automatico, aggiunge ulteriore sarcasmo all'ideazione della performance, e insieme all'alcool pare fornire una chiave di lettura aberrante, e forse per questo praticabile, per le parole di questo padrone del mondo.

Cronache #2. Spazi

Il portone del castello nella notte estiva si apre per accogliere gli spettatori, o forse per intrappolarli…il percorso è definito, per un pubblico spartito in due gruppi, guidato attraverso proiezioni e giochi di luce, ma costantemente in assenza dell’evento. Gli artisti infatti, hanno rotto le righe. E sono fuori dalle mura.
Il perimetro di pietra si frastaglia, si deforma sotto la pressione dei performer chiamati a interpretare la dimensione dello spazio articolando in collettivo la propria ricerca artistica individuale. Il compromesso, la riflessione intersecata di diverse prospettive sul fare artistico, spostano il disegno oltre il confine del foglio.
Lo spettatore intrappolato in un castello da luna park, spia lo spettacolo da distanze mobili, da altezze vertiginose, da fessure nella pietra.
La chiave della serata è un codice condiviso, una trama di ammiccamenti cinematografici in cui non manca un pizzico di mistero a solleticare un piacevole disorientamento nell’occhio di chi guarda, già invitato a non appoggiarsi alle placide sponde di un palcoscenico, ma a scrutare addirittura l’orizzonte nel buio. Noir, appunto. O meglio, a tratti, un thriller, truce omicidio compreso. Procedendo con ordine, si può quasi intravedere la bozza di una sceneggiatura. Il Castellano in primo piano nello schermo incastonato nella torre invita a non temere, nella sua dimora virata in blu notte, mentre angoli cupi si accendono di lampi verde maligno. Intanto, gettando lo sguardo oltre la terrazza, a picco sul cortile interno, in un enorme primo piano bidimensionale una donna affoga. Il volto di Paola Lattanzi emerge dall’acqua tersa di una vasca da bagno, per poi ricadere all’indietro, in una spasmodica ricerca di ossigeno che sembra essere più vitale sott’acqua, che nel bacio dell’amante omicida. Un istante dopo i fari di un’auto scendono veloci dalla collina, e ai piedi del castello una donna è spinta fuori dall’abitacolo. Una figura nascosta in un impermeabile arancione versa da una tanica un liquido chiaro sul corpo inerme. Poco dopo l’assassino incappucciato si moltiplicherà in tre anonimi officianti di una macabra danza, avvicinandosi all’arco d’accesso al borgo. Nella piazza del castello, l’auto in manovra ingaggerà una schermaglia danzata con Aline Nari. Una donna a lutto trascina la lunga coda nera dell’abito ai piedi della fontana, come fosse una lapide che stilla veleno. Alla fine, ci spara. Ma le merlature del castello deviano le pallottole d’acqua. E siamo salvi. E testimoni. Per fortuna in tutto questo la polizia ha sempre tenuto d’occhio l’auto, possiamo assistere anche all’inseguimento: in un buco nelle mura due automobiline in plastilina immobili nella luce rossa di una notte metropolitana, si inseguono a sirene spiegate. Basta indossare le cuffie per sentirle. L’happy end è forse nella sezione video, una parentesi in una sala separata, che fa a meno del plot: spicca il corto di Anna Rispoli firmato ZimmerFrei, un road movie al confine fra l’infanzia e l’adolescenza, muto e limpido più dell’acqua, spezzato dall’autoradio e da continui abbandoni, tre ragazzi lasciati uno a uno sul ciglio della strada, senza sgomento né spiegazioni. Sola, per l’ultimo tratto guida una ragazzina dallo sguardo azzurro cielo. E nei finestrini il panorama cambia. Un volo aereo, distese di foreste e acque. E lo spazio si deforma e irradia, mentre il tempo è sospeso nel vuoto. Per sempre.

Cronache #1. Forme

Uno dei tratti caratteristici delle serate di Rizoma sta già incluso in questa piccola parola, la prima, suo malgrado costretta a evocare un qualche contenuto al quale contrapporsi, volente o no indotta a riflettere sul senso delle arti performative odierne. Giacchè questa, al di là degli esiti, è sembrata la cifra di intenti di chi ha immaginato le giornate a Malgrate: un piccolo catalogo di principi, di nozioni fondanti, in grado di aprirsi su un fare condiviso e troppo poco messo in comune da molti artisti contemporanei, e in grado di stimolare quattro giornate di incontro con il pubblico.
Dunque la prima forma della serata Forme si apre con una presentatrice con voce suadente (Ambra Senatore), ironica hostess che fornisce coordinate allo spettatore ostentando un gonfio seno che verrà prontamente bucato tramite spilli.
Al suo fianco, un altro palloncino è pronto a cristallizzarsi in forma, immortalando l'atto che lo farà esplodere: una camera digitale cattura qualche divertito spettatore che si presta al gioco volontario di gonfiamento e scoppio improvviso, e la forma svanita è immediatamente consultabile su pc.
Seguendo le scale e le volte del castello, entrando all'interno di stanze o osservando il cortile interno da una balaustra, si creano altre forme. Intorno a un pozzo, una danza melliflua rimarcata da un solo chitarra e voce (Patrizia Lo Sciuto e Stefano Giannotti) si tende verso toni intimistici, in attesa di entrare nell'Acquario : quattro sedie suddividono una stanza in due spazi performativi adiacenti, dove due soli speculari e diversi, (Paola Lattanzi e Patrizia Lo Sciuto) per lo più verticali o minimi spostamenti sul posto circoscritti da luci ovali, ripercorrerono le atmosfere di quella che appare come una odierna cattività delle esistenze. Lo spettatore può osservare da fuori, spiando da ampie vetrate, oppure assidersi nello spazio, divenendo al contempo osservatore e osservato.
Passando dentro a un bagno, che rimanda in audio una trattatistica di corretto movimento per giovani fanciulle, viene da chiedersi quale sia, e se ci sia, una forma madre, un corpo in grado di formare tutta la materia vista al castello. La risposta giunge sul finale, nell'ultima sequenza proposta: alcune danzatrici si offrono come materiale umano da modellare, chiunque può avvicinarsi a loro e “spostarle” e contorcerle come meglio crede, in attesa che l'intervento di altri muti il disegno. Si creano conformazioni bizzarre, in questo nemmeno tanto concettuale esercizio sull'arte delle coreografia: tanto che anche Roberto Castello, sinora silente osservatore di materiali altrui, interviene per creare la sua fugace visione.
Comprendiamo allora che tutto quanto visto poteva forse essere un omaggio alla danza e alla creazione di figure in movimento (forme), e proprio per questo, data la scelta di una serata così marcatamente spettacolare, così offerta in tanti piccoli episodi ognuno reclamante la propria completezza e autoreferenzalità, era forse lecito aspettarsi un registro di aleatorietà meno marcato, mettendo maggiormente a fuoco una Forma in grado di persistere alle singole forme.