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Abbandonata la forma esplosa dell'evento precedente, le notti al castello di Malgrate riconquistano la linearità. Una linearità mobile e scossa, in cui è il pubblico a percorrere, guidato, le diverse tappe della serata, a seguirne le trame snodate lungo le stanze del maniero.
Un po' ingranaggio di un meccanismo dagli incastri serrati, un po' juke box da cui selezionare le proprie preferenze, la serata Tempi al castello di Malgrate sembra ricalcare, nella sua struttura, la dimensione di perfetta e asfissiante scansione dei ritmi di produzione nella vita industriale. Esattamente 6 minuti e 12 secondi di attività, seguiti da altrettanti di riposo, segnano la misura esatta e puntuale di ogni sezione, calibrano il gesto multiforme della performance e il vuoto assordante dell'attesa. La serata è quindi racchiusa in un procedere dicotomico fatto di pieni e di vuoti, dove il tempo del lavoro è stipato di proposte e quello del riposo vuole assumere le sembianze ludiche delle loisirs. Tra i bicchieri di un bar spuntato nella torre e le chiacchiere, spettatori e artisti possono godere di un tempo finalmente liberato, anche dal lavoro dello spettatore, ma in realtà irrigimentato dalla periodicità della struttura, che ancora richiama l'organizzazione industriale del tempo libero e la conseguente coazione al divertimento, così simile a quella alla produttività. In una scansione rigidamente strutturata tra lavoro e riposo, tra fare e aspettare, gli imperativi si confondono. Anche se camuffato dalla piacevolezza di una notte estiva, il fantasma di un tempo di cui non si è padroni appare più volte. Come nel accade nel mondo, l'attesa è subita, interrompe e sorprende e si dilata nella soggettività di ognuno, mentre la corsa si affanna nel tentativo, appunto, di stare nei Tempi.
Il portone del castello nella notte estiva si apre per accogliere gli spettatori, o forse per intrappolarli…il percorso è definito, per un pubblico spartito in due gruppi, guidato attraverso proiezioni e giochi di luce, ma costantemente in assenza dell’evento. Gli artisti infatti, hanno rotto le righe. E sono fuori dalle mura.
Uno dei tratti caratteristici delle serate di Rizoma sta già incluso in questa piccola parola, la prima, suo malgrado costretta a evocare un qualche contenuto al quale contrapporsi, volente o no indotta a riflettere sul senso delle arti performative odierne. Giacchè questa, al di là degli esiti, è sembrata la cifra di intenti di chi ha immaginato le giornate a Malgrate: un piccolo catalogo di principi, di nozioni fondanti, in grado di aprirsi su un fare condiviso e troppo poco messo in comune da molti artisti contemporanei, e in grado di stimolare quattro giornate di incontro con il pubblico.
E' membro di Rotozaza, una compagnia teatrale sperimentale di
Opera trasversalmente nel mondo dell'arte, in un bilico creativo tra le arti visive, nel senso più ampio del termine, e il teatro.
Si diploma nel 2002 alla Theater School di Amsterdam (Sndo dipartimento di coreografia) e lavora con molte compagnie in Italia e nei Paesi Bassi, tra cui il significativo incontro con Enzo Cosimi nel 2002. Nei suoi lavori c'è una particolare forma di narrazione, quasi dei racconti dove la storia non è intera ma accennata o tracciata, come se vi fosse un rimando a un prima e a un dopo. L'esigenza di lavorare nasce dal desiderio di ritrovare il filo della storia, che si rapporta sempre alla complessità delle cose viste e vissute, frammenti di un'esperienza che ha realmente avuto luogo. Dal 2000 firma le coreografie di alcuni suoi progetti rappresentati in vari paesi in Europa (tra gli altri The Place, London; RomaEuropa, Roma; DWA, Amsterdam). Nel suo ultimo lavoro, still life, che è tuttora un'opera in costruzione, ci sono tre presenze umane rispettivamente di 8, 33 e 60 anni. Si tratta di un esperimento di condivisione di uno spazio e di una relazione, in cui la differenza di età si trasforma in una riflessione sul tempo che muta i gesti.
Il “moto armonico” che spinge Patrizia Lo Sciuto nei panorami della danza contemporanea ha origine in Sicilia, ma si è spinto nel tempo oltre i confini nazionali, in una costante sperimentazione di tecniche, intuizioni e ispirazioni. Un percorso scandito da incontri e maestri, da Dominique Dupuy, che forgia la sua percezione spaziale della danza presso l'Istituto Rencontres Internationales de Danse Contemporaine di Parigi alla fine degli anni ’80, a Trisha Brown, che ne orienta l’esperienza coreografica attraversando la Release Technique, o, ancora, la Limon Technique con Josèe Cazeneuve a Parigi. Altri tasselli hanno completato il disegno della formazione di Patrizia Lo Sciuto come interprete e autrice, dalla relazione tra fraseggio e atto trasmessole dal Maestro Alessandro De Santis, all’aspetto energetico del movimento, nello studio del Qi Gong.
“Per me la danza è ricerca comunicativa attraverso il movimento, quella indagine del sé indirizzata alla propria autenticità che si presta congiuntamente all’ascolto dell’altro” - spiega Aline Nari, nel raccontare la propria poetica di danzautrice. Classe 1970, studi di danza classica, modern jazz e contemporanea, impegnata come ricercatrice della storia della danza, oltre che come danzatrice, coreografa e insegnante, l’artista genovese è profonda conoscitrice delle qualità motorie e comunicative del corpo, in relazione allo spazio e al gruppo. Attenta ai diversi piani di relazione con la propria origine e con l’incognita del fruitore, predilige il gioco con elementi simbolici che tutti riconoscono, senza tuttavia tralasciare le possibili alterazioni di senso che il linguaggio della danza può generare. Nelle sue interpretazioni, la presenza si definisce in quanto unicità organica, espressiva e spirituale, ma non resta quasi mai individuale, diventa invece il tramite per indagare i terreni più o meno familiari: pur non avendo ancora sentito la particolare necessità di lavorare sola, Aline Nari pensa all’assolo come uno spettacolo dentro lo spettacolo. Spiega lei stessa che “la propria dimensione drammaturgica non può rimanere autoreferenziale, ma al contrario dovrebbe rivolgersi continuamente alla ricerca di un dialogo, che però il danzatore solista non sempre riesce ad alimentare”.
Ambra Senatore lavora nell'ambito del teatro di danza in Italia e in Francia dal 1997, affiancando esperienze attoriali a quelle di danzatrice contemporanea. Si forma, tra gli altri, con Raffaella Giordano, Giorgio Rossi e Carolyn Carlson.
Nel contesto collettivo di Rizoma si inserisce la personalità di Christophe Meierhans, compositore, performer e artista del suono, in un dialogo che esplicita un’attitudine affinata nelle esperienze di ensemble musicale, in un circuito di relazione e modulazione di visioni e intuizioni.
Si è diplomato in composizione con Pietro Rigacci ed è stato assistente di Alvin Curran in Crystal Psalms e Tufo Muto. Ha suonato in diversi paesi europei con il "Trio Chitarristico Lucchese" e nel 1997 ha avviato una collaborazione con il coreografo Roberto Castello. Si definisce un “autore” che usa suoni e immagini per creare metafore. Più che al mondo della musica contemporanea, si sente vicino al cinema e alla radio, al teatro e alla canzone d'autore. É partito da Bob Dylan e dai Pink Floyd (da bambino) e attraverso i Genesis e i Van Der Graaf è approdato a Brian Eno, Cage e Alvin Curran. É affascinato e studia le voci e i volti delle persone, i paesaggi, i linguaggi e le lingue, i bambini e i vecchietti, l'universo femminile e gli australopitechi.